Ecco perchè dovete stare alla larga dai pattini Impala

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Ecco, ci siamo. Prima o poi dovevo scrivere questo articolo, ho aspettato mesi e mesi, ma alla fine mi sono dovuta arrendere, anche per via delle vostre (numerose!) richieste.

Parliamo dei pattini Impala (che non linkerò perchè non voglio assolutamente donar loro visite sul sito, ma basta una ricerca veloce su Google per trovarli).

Carini vero? Colorati, olografici, di tendenza, dall’aspetto che richiama il mood California anni ’70: il mix è perfetto.

Peccato che la qualità sia PESSIMA, ai limiti della sicurezza per chi li indossa.
Ma andiamo a vedere nel dettaglio PERCHÈ.

I pattini Impala si affacciano sul mercato nel 2018, quindi abbastanza di recente. Se siete un minimo scaltre/i, vi domanderete subito “Ma com’è possibile che un prodotto sul mercato da poco più di due anni sia già così diffuso a macchia d’olio, molto reperibile nonostante tutti gli altri modelli di pattino siano sempre out of stock?”

Semplice: Impala è un brand di Globe International, multinazionale australiana che, tra i vari brand proprietari annovera FXD Workwear, Salty Crew, Impala Skate e dot electric skateboards.

Vi lascio qui un estratto di un articolo pubblicato in estate 2018 su ABSmag

Globe decided to launch the brand after CEO Matt Hill and his brother Steve Hill, Globe’s Co-Founder and Executive Director, noticed that women in their late teens and early 20s were increasingly roller-skating by the beach in both the U.S. and Australia.

Since launching in Australia and USA in December 2017, Impala has become so coveted that every shipment to date has sold out.

Perchè ve ne parlo? Perchè onestamente per me la parte etica (chi fabbrica i pattini che acquisto, dove vengono fabbricati, quanto vengono pagate le persone che li fabbricano, sono parte di una filiera sostenibile sì/no etc.) è sempre stata molto importante, e sono sicura che lo è anche per molte/i di voi.

Detto questo, dall’articolo qui sopra capiamo innanzitutto che Impala non è altro che un progetto di business nato da una multinazionale che ha nasato un gap nel mercato e, avendo la disponibilità economica per farlo, si è lanciata prepotentemente dentro una scena che già era in ascesa da anni (grazie a realtà come CIBcrew o Moxi).

“Bello” direte voi “Se sono una multinazionale significa che avranno i soldi per fabbricare bene i pattini”, e qua arriviamo all’orrenda verità.

Nel corso del 2019 ci sono state parecchie segnalazioni di rollerskater che hanno visto i loro pattini Impala rompersi tragicamente a poche settimane – se non pochi giorni – dall’acquisto.

Tra gli incidenti più frequenti troviamo:

a) scollamento del tacco (sì, non è cucito, bensì incollato)
b) piastre che si spezzano (più raro, ma capita)
c) truck storti (questo sì, accade assai di frequente. In pratica i tempi di produzione sono talmente veloci – e neanche completamente handmade, che i truck arrivano spesso assemblati male)

Questo ha portato ad una vera e propria protesta all’interno della community internazionale del rollerskating, che se da una parte si schierava rispetto all’idea che sia positivo avere dei pattini entry-level con un prezzo accessibile ai più, dall’altra puntavano il dito non solo verso il brand ma anche verso tutte le sue brand ambassador che venivano supportate dal brand stesso nel pubblicizzare gli Impala come adatti allo skatepark.

Sul profilo instagram di Rollerhoez, nelle storie in evidenza, vedete tutto quello che è successo.

Basta fare due più due rispetto alle caratteristiche tecniche di questi pattini per capire da sole/i che non sono assolutamente adatti per andare in skatepark.

“Ma me li consiglieresti per andare in giro in ciclabile o al parchetto?”

Ni. Onestamente se proprio dovessi consigliarti dei pattini intorno a quel range di prezzo (100 euro) ti consiglierei di leggere il mio articolo dove ne parlo più nello specifico.

Hai domande? Commenta qui sul blog o, meglio ancora, mandami un DM su insta!

Doom

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